La repressione si estende a macchia d’olio

La notte tra il primo e il 2 marzo del 1921 venne organizzato un intero reggimento di soldati che fu inviato con un treno speciale verso Empoli con lo scopo di occupare la città a seguito dei tragici fatti compiuti.

I militari avevano ricevuto l’ordine di sparare a tutte le finestre che non avevano le persiane o gli scuri chiusi, la città fu così messa sotto assedio e gli abitanti furono costretti a ripararsi in casa per evitare le pallottole provenienti dai fucili degli occupanti.

Mentre i mezzi blindati percorrevano le strade principali della città il reggimento occupò i punti strategici e gli edifici pubblici del comune. Dopo aver preso in consegna i marinai e i carabinieri sopravvissuti all’aggressione del giorno precedente l’esercito si diresse verso la Casa del Popolo mettendola a fuoco e fiamme e devastando all’interno le sedi del Partito comunista, del Partito socialista, della Camera del Lavoro, della cooperativa di consumo e della redazione del giornale “Vita Nuova”. Venne incendiata anche la fabbrica di scarpe appartenente alla famiglia di Raffaello e Jaurès Busoni, importanti dirigenti socialisti empolesi. Con l’occupazione militare della città i fascisti riuscirono ad entrare trionfalmente ad Empoli nei giorni seguenti, e le “fiamme purificatrici” si abbatterono nuovamente sulle stremate organizzazioni operaie.

La repressione si estese il 4 marzo alle frazioni complici di S. Maria, Avane e Pagnana e Marcignana sino ad inoltrarsi oltre comune verso Montelupo e Fucecchio. Vennero dimissionate tutte le giunte rosse della zona tranne San Miniato e Castelfranco, giudicate meno sovversive. Si organizzarono prontamente nelle campagne squadre di contadini e operai determinati a fronteggiare gli occupanti fascisti. Alcuni delegati di queste squadre si recarono dai i dirigenti empolesi, per ricevere l’ordine d’intervenire, ma furono invitati alla calma, poiché si confidava ancora nella giustizia.

Il fascismo fu quindi libero d’insediarsi in città costituendo, già a partire del 4 marzo, il fascio locale, inaugurato il 15 maggio successivo con una manifestazione che richiamò la partecipazione di 1500 fascisti provenienti da tutta Toscana. I martiri del 1° marzo diventarono il simbolo del nuovo ordine ricostituito e sotto la precisa richiesta del primo ministro Bonomi l’amministrazione comunale venne formalmente sciolta il 15 novembre 1921.

Alla violenta vendetta si accompagnarono numerosi arresti che, viste le numerose difficoltà riscontrate nell’individuare i veri colpevoli dell’assalto, colpirono “a caso” gran parte della cittadinanza. Furono prelevati dalle loro case e condotti alle carceri delle Murate a Firenze circa 500 empolesi. Tra questi arrestati c’erano i principali dirigenti del Partito socialista e di quello comunista insieme a tutta la giunta, tranne il sindaco Mannaioni che risultava latitante. Molti vennero inoltre arrestati per via di vendette personali o risentimenti, senza che avessero minimamente partecipato ai fatti. Poiché i fermati negarono tutti d’aver preso parte a quella rivolta di popolo, le autorità pensarono bene di estorcere con la forza le confessioni per costruire il castello accusatorio.

Numerose atrocità furono perpetrate ai danni dei cittadini inermi empolesi, non limitandosi solamente ai pugni e alle bastonate, ma anche affidandosi a metodi di tortura più raffinati, come l’asportazione delle unghie, legature alle inferriate con i piedi in alto, spegnimento di sigarette accese in bocca o sulla carne viva. Tra i tanti carnefici si fece notare per la spietatezza il maresciallo dei carabinieri Pinna, soprannominato “il domatore”, che in abiti borghesi “con il nerbo di bue massacrava la gente, la metteva in condizione di orinare sangue”. A prova della illegalità con cui si sono svolte le indagini, il nome di Pinna non verrà mai riportato in nessun atto giudiziario.

Sulla base di queste confessioni, frutto di disumane sevizie, le autorità procedettero a stilare un primo rapporto, in seguito al quale prenderà forma il corpo dell’inchiesta. Il processo iniziò solamente l’8 maggio del 1924 presso la Corte d’Assise di Firenze. Sul banco degli imputati furono messi i membri del comitato d’agitazione e delle Guardie Rosse insieme ad altri semplici cittadini per un totale di 138 processati, di cui 3 donne.

Il processo si concluse il 31 ottobre e le condanne furono 92, per un ammontare di diversi secoli di galera. Per i sei latitanti processati fu dato addirittura l’ergastolo. La Corte si espresse con la condanna per un “omicidio plurimo con brutale malvagità” ma di fatto si trattò di un processo politico. Affinché la sentenza servisse da lezione per tutti coloro che avessero voluto opporsi all’ascesa del fascismo in Italia venne data una grande attenzione mediatica al processo e alle condanne. I prosciolti e le famiglie dei condannati continuarono ad essere perseguitati e ebbero per molti anni problemi di sussistenza, in quanto incontrarono difficoltà a trovare lavoro per via delle forti “pressioni” dei fascisti sugli eventuali datori.

I fatti del primo marzo segnarono una profonda ferita nella coscienza della città di Empoli. A causa delle centinaia di arresti praticamente tutte le famiglie furono provate dalla violenza fascista senza che lo spirito resistente empolese venisse domato. Il risentimento verso il fascismo crebbe ancor più e a partire dai quei giorni la parola “fascista” venne utilizzata nel consueto gergo empolese con un’accezione offensiva di disprezzo.