I fatti del 1921

La mattina del 1° marzo gran parte degli empolesi volle approfittare della bella giornata per svagarsi un po’, andandosi a rilassare fuori città, in campagna o nella frazione boscosa di Cerbaiola. L’atmosfera era tranquilla e non si riscontravano apparenti tensioni nell’aria.
Nelle stesse ore a Livorno venne organizzata una strana spedizione. Furono prelevati da La Spezia circa cinquanta fuochisti e macchinisti della Marina Militare, inviati a Livorno e qui caricati su tre camion in direzione Firenze. Scortati da diciotto carabinieri al comando di Valerio Bachini, noto per essere uno specialista delle repressioni popolari, essi avrebbero dovuto sostituire i ferrovieri fiorentini in sciopero. Sull’organizzazione e la natura della spedizione rimarranno molti dubbi, soprattutto a proposito delle buone intenzioni che l’animavano. I marinai vennero in parte svestiti delle loro divise per indossare alcuni abiti borghesi e armati fornendo loro in poche ore il porto d’armi nominativo che non necessario per i militari in divisa. Altro aspetto strano risulta la scelta del mezzo di trasporto. Invece di utilizzare la ferrovia, occupata in quei giorni militarmente, fu preferito il trasporto via camion nonostante il rischio di dover passare attraverso molte città “rosse” in subbuglio.
Verso le 10 e 30 del mattino i tre camion si misero in marcia. Appena iniziato il cammino verso Firenze il resto della comitiva venne subito scambiata per un plotone fascista da molti livornesi che assistettero alla partenza. Anche la popolazione di Santa Croce e Fucecchio al passaggio dei due camion ebbe la solita impressione. La comitiva chiese la strada per Empoli e i fucecchiesi, credendo che si trattasse di fascisti in viaggio per attaccare la città, nel tentativo di guadagnare tempo, diedero delle indicazioni volutamente sbagliate. Il sindaco di Fucecchio Cecconi chiamò il consiglio comunale di Empoli avvertendo la giunta empolese del passaggio di questa spedizione misteriosa.
La notizia giunse ad Empoli verso le 15, generando subito preoccupazione ed agitazione.
Fu utilizzata l’unica auto presente in città per informare i cittadini residenti nelle frazioni di prepararsi allo scontro imminente. Furono mobilitate le Guardie Rosse e altri volontari antifascisti che, armati con armi rudimentali (qualche rivoltella, bomba a mano, moschetti obsoleti, strumenti da lavoro o semplici fucili da caccia), si posizionarono a presidio dei centri nevralgici della città come la Casa del Popolo, il municipio e Piazza Farinata degli Uberti.
Le difficoltà per i marinari iniziarono già al passaggio dentro le prime frazioni di periferia, come Marcignana e Santa Maria, ove la popolazione si era riversata in strada nel tentativo di rallentarne il passaggio. Per farsi largo tra la folla vennero sparati in aria molti colpi d’arma da fuoco, fatto che non intimorì gli empolesi ma avvalorò la tesi che fosse una spedizione fascista.
Una volta che i camion furono entrati nel cuore della città, iniziarono i violenti combattimenti. Erano circa le 17 e la tensione era alle stelle. Lungo il percorso che attraversava Empoli si verificarono numerosi scontri a fuoco tra la popolazione locale e i passeggeri dei due camion che nel corso delle agitazioni presero direzioni diverse. Dai balconi e dai tetti empolesi vennero lanciati sulla testa dei malcapitati marinai pietre, piatti, tegole, acqua bollente, mentre dalle barricate organizzate sulla strada principale furono sparate revolverate e fucilate.
In un primo momento gli scontri cessarono grazie alla mediazione del tenente di vascello Federico Vicedomini che cercò di spiegare l’equivoco. La violenza riprese però incontrollata quando venne scoperta la presenza di alcune taniche di benzina sui camion, considerata una prova delle intenzioni incendiarie dei presunti fascisti. Aggrediti dalla folla molti marinai e carabinieri scapparono allontanandosi dal gruppo in preda alla paura, rincorsi ognuno da decine di empolesi.
Solo dopo interminabili minuti di cieca follia si riuscì a capire che era stato commesso un tragico sbaglio e fu necessario il fermo intervento del sindaco Mannaioni, degli assessori del comune e di alcuni dirigenti socialisti e comunisti per sedare gli animi e convincere la folla della reale identità degli aggrediti. Una volta compreso il grave errore, la città di Empoli si mise al servizio dei poveri marinai e carabinieri, offrendo loro cure, assistenza e rifugio all’interno dei locali del comune.
Alla fine della giornata si contarono tra le fila dei malcapitati nove morti e una decina di feriti a seguito di colpi di arma da fuoco, da taglio e da percosse. Tra questi uno morì affogato in Arno nel disperato tentativo di fuggire dalla violenza della folla.
Durante quei tragici momenti le forze dell’ordine non avevano tentato di sedare la rivolta. Il commissario di Pubblica Sicurezza era a conoscenza dell’agitazione che si stava diffondendo in città già dal primo pomeriggio del 1° marzo e avrebbe quindi avuto il tempo per radunare e organizzare le truppe necessarie per poter fronteggiare eventuali insubordinazioni. Durante quegli interminabili minuti di guerra civile per le strade di Empoli non si videro rappresentanti delle forze dell’ordine, visto che nel frattempo si erano barricarti in caserma con i propri familiari.
Questa defezione, assieme a tutti gli altri aspetti poco chiari della vicenda, fece sì che gli antifascisti arrivassero ad un unico e condiviso verdetto: si era trattato di una provocazione frutto di un piano ben preciso volto all’annullamento dell’egemonia delle forze di sinistra ad Empoli. Il sacrificio degli ignari marinai e carabinieri sarebbe dovuto servire da pretesto per lanciare un’efficace controffensiva fascista che demolisse definitivamente la roccaforte rossa del Valdarno Inferiore, con la complicità della stessa polizia e magistratura che nel resto d’Italia volgevano lo sguardo altrove di fronte alla violenza degli squadristi.