Antifascismo e lavoro

Nel corso della sua ascesa al potere il fascismo era riuscito ad insediarsi nel seno delle istituzioni e a veicolare l’attività delle forze dell’ordine senza però che le sue idee riuscissero a fare breccia nel cuore di gran parte degli italiani, meno che mai in quello degli empolesi.

Ad Empoli questo senso di opposizione era diffuso soprattutto nei ceti popolari e negli ambienti lavorativi che dovevano rappresentare, per la propaganda del regime, i motori propulsivi con cui costruire la nuova Italia fascista.

Il fascismo era consapevole di tutte le avversità riscontrate nel mondo del lavoro e per questo iniziò fin dal suo insediamento a stipulare diverse misure coercitive volte a piegare ogni tipo di resistenza formatasi sui luoghi del lavoro.

Durante il ventennio possedere la tessera del fascio diventava un obbligo per coloro che volevano accedere alle occupazioni più ambite, a partire dal settore pubblico fino ad arrivare ai settori produttivi privati, compresa la fabbrica.

In diverse occasioni l’iscrizione all’ufficio di collocamento richiedeva una lettera di rinuncia alle proprie idee politiche, che imponeva di conseguenza ai lavoratori di sottomettersi alla volontà dei padroni e del regime.

Questo ricatto non riuscì a piegare lo spirito di molti antifascisti empolesi, i quali preferirono nel corso degli anni affrontare restrizioni economiche pur di non venir meno alla propria fede politica. L’opposizione al fascismo non chinò la testa, continuando ad operare con decisione nel mondo del lavoro, dall’artigianato al piccolo commercio, fino al punto di costituire veri e propri nuclei operativi e organizzativi all’interno delle stesse fabbriche.

Il Partito comunista riteneva necessario agire costantemente negli ambienti di disagio, al fianco dei lavoratori che, giorno dopo giorno, dovevano subire gli abusi e le imposizioni operate dal regime.

Lo strumento attuativo di questo principio era infatti il sindacato, il mezzo giusto per estendere il conflitto all’interno del mondo del lavoro. Come disse il sindacalista comunista empolese, Orazio Marchi :

Eravamo coscienti che dovevamo svolgere anche un’attività che ci consentisse di uscire dalla cerchia ristretta dei compagni per allargare la nostra azione ai lavoratori in generale, agli stessi lavoratori fascisti”.

Per quanto riguarda il rapporto che i comunisti dovevano tenere verso i lavoratori iscritti al fascio, il Partito operò non in senso conflittuale frenando gli animi dei giovani militanti che ne disprezzavano il servilismo. Come spiegò un funzionario del Centro estero, in visita nel ’29 a Empoli, i lavoratori fascisti potevano in ogni caso rappresentare un’opportunità, spiegando che:

.. se questi ragazzi sono dei bravi lavoratori, perché non fare un ragionamento con loro e legarli strettamente alla nostra organizzazione per utilizzarli, approfittando delle possibilità che hanno per la loro iscrizione al fascio?”.

Tra il 1924 e il 1933 assistiamo all’estendersi di una crisi economica generale che riprodusse anche nell’empolese i propri effetti negativi, causando ingenti tagli su salari e stipendi per volere delle disposizioni del governo fascista ma anche a seguito del rinnovo dei contratti collettivi di lavoro.

Riducendo il potere di acquisto degli operai delle fabbriche vennero coinvolti negativamente anche il ceto medio commerciale e artigianale, e l’abbassamento dei prezzi beni di consumo danneggiò anche i mezzadri e i coltivatori diretti.

Si assistette ad un impoverimento generale che colpì gravemente gran parte della popolazione empolese, generando disoccupazione ed emigrazione verso paesi esteri come Francia, Belgio, Svizzera, Argentina e Brasile.

Il regime fascista non si fece garante della tutelare dei più deboli e dimostrò per l’ennesima volta il proprio asservimento alla borghesia, lasciando che in molte fabbriche e campagne il salario fosse stabilito arbitrariamente dagli stessi padroni.

A partire dal ’24 i comunisti si fecero promotori politici delle attività della CGL, cercando di ricostituire in fabbrica cellule sindacali che resistessero all’avanzata del fascismo.

Tra il ’24 e il ’26, furono organizzate importanti agitazioni sindacali che diedero prova di coraggio e determinazione, di cui ne riportiamo sotto le principali caratteristiche e i soggetti coinvolti.

TAB 2: Elenco agitazioni sindacali e scioperi avvenuti nell’empolese tra il 1924 e il 1926.

1924 settembre

Sciopero degli ausiliari fiascai per il rispetto del contratto di lavoro

1924 dicembre

Sciopero delle fiascaie in tutta la zona di Empoli per richiedere aumenti salariali

1924

Sciopero dei garzoni della vetreria Eminente per richiedere la contrattazione del salario in accordo con il contratto nazionale di lavoro e non sulla base delle disposizioni dei padroni delle singole fabbriche

1925 febbraio

Volantinaggio degli operai del cantiere Piccioli di Limite a denuncia delle condizioni di lavoro a cui sono sottoposti. La direzione è costretta a contrattare con gli operai per evitare lo sciopero

1925 febbraio

Agitazioni dei vetrai fiascai per l’ottenimento di un “indennizzo caro-vita”

1925 maggio

Agitazioni dei lavoratori degli stabilimenti di laterizi per ottenere aumenti salariali

1925 giugno

Tenute alcune riunioni per la riorganizzazione delle leghe rosse a difesa dei mezzadri

1926 marzo

Agitazioni degli operai della cementeria Mancini

1926 luglio

Agitazioni degli operai e delle operaie della fornace Farfalla per l’adeguamento salariale agli standard delle altre fornaci dell’empolese

Nel maggio del ’26, i comunisti empolesi si fecero promotori una grande dimostrazione di solidarietà internazionale raccogliendo migliaia di lire da devolvere ai minatori inglesi, i quali stavano organizzando un grandissimo sciopero generale, esteso anche ad altre categorie, contro le riduzioni arbitrarie del salario e contro l’estensione dell’orario di lavoro. La folta rete solidale non sfuggì agli occhi dei fascisti, i quali si lanciarono prontamente in alcune aggressioni squadriste.

Uno dei principali organizzatori, tale Migliorini, al momento dell’aggressione reagì alle bastonate dei fascisti a suon di pugni e per questo fu costretto ad espatriare per non essere poi arrestato dalla polizia.

Le leggi eccezionali del ’26 misero fuori legge anche i sindacati, ma il Partito comunista ritenne comunque necessario proseguire l’attività sindacale estendendo la strategia della clandestinità anche agli apparati della CGL.

Fu così che il 27 febbraio del 1927 si ricostituì la Confederazione del Lavoro illegale in Italia, iniziando, piano piano, a dipendere dalla linea politica dettata dal nuovo gruppo dirigente “togliattiano” del Partito comunista , formato da Ravera, Grieco, Longo e Secchia.

Successivamente alle decisioni nazionali, giunse pure ai dirigenti comunisti empolesi l’ordine di impegnarsi per la ricostituzione della Camera del lavoro clandestina. Si iniziò subito a ricostituire l’attività sindacale in ben otto vetrerie empolesi, negli stabilimenti dove si producevano fiammiferi (esempio la fabbrica Fucini e Rosselli) e arrivando a sindacalizzare pure il settore di ceramiche nel comune di Montelupo.

La Camera del lavoro clandestina era diretta da un comitato direttivo formato da quattro vetrai, Rineo Cirri, Asmarat Cecconi, Pietro Pacini, e Orazio Marchi. Quest’ultimo venne inoltre eletto segretario responsabile della CdL provinciale che aveva sede proprio ad Empoli.

Empoli divenne quindi un punto di riferimento per tutto il movimento operaio fiorentino riuscendo anche a contribuire alle importanti discussioni, dibattute all’estero, all’interno della CGL.

Nell’ottobre 1929, infatti, il Partito comunista organizzò in Francia la seconda conferenza clandestina della Confederazione, a cui parteciparono circa 40 rappresentanti sindacali. Tra i 20 delegati provenienti dall’Italia, c’era l’empolese Magazzini, in rappresentanza sia della Camera del Lavoro sia del Partito comunista locale, che ebbe l’occasione di informare Togliatti e compagni dell’attività sindacale svolta nel circondario.

Alla terza conferenza, tenutasi l’anno successivo a Zurigo, venne proclamata l’adesione della CGL all’Internazionale sindacale rossa di Mosca, e da Empoli vi partecipò Rutilio Reali, in rappresentanza del comitato di zona ma anche del comitato regionale della Toscana.

Nel 1930 la Camera del lavoro di Empoli poteva contare su un potenziale organizzativo di 300 lavoratori e lavoratrici, divisi tra comunisti, anarchici, socialisti e indipendenti, ma tutti uniti sotto la bandiera della CGL.

Essere iscritti al sindacato e fare attività politica per il partito non voleva dire venir meno ai propri doveri lavorativi. Al contrario, i dirigenti comunisti spingeranno sempre i propri militanti a migliorare le proprie capacità professionali, in quanto una migliore professionalità voleva dire conquistarsi sia il rispetto degli operai che dei dirigenti aziendali, ottenendo quindi un potenziale di ricatto da poter usufruire durante le contrattazioni aziendali. Talvolta, però, poteva capitare che alcuni militanti comunisti si causassero volontariamente dei piccoli infortuni per avere così maggior tempo da svolgere per l’attività politica clandestina.

Il 1930 fu un anno duro per le condizioni economiche dei lavoratori italiani, empolesi compresi. A dicembre il governo aveva attuato le proprie manovre economiche attraverso il consolidamento della lira. Venne imposta una netta riduzione dei salari e degli stipendi, del 10% per gli impiegati e del 15% per gli operai, che fece così pagare alla classe lavoratrice le inadempienze del regime.

Questa ennesimo affronto messo in opera dal fascismo, portò i dirigenti sindacali empolesi a pensare che fosse giunto il momento di mostrare in pieno il proprio potenziale organizzativo ricorrendo a manifestazioni di protesta che portassero ad un blocco della produzione. Il 22 dicembre 1930 venne lanciata la parola d’ordine dello “sciopero in difesa del salario” e, in diverse fabbriche empolesi, gli operai “incrociarono le braccia”, a provocazione del regime corporativo fascista che vietava categoricamente qualsiasi forma di sciopero.

Il più grande risultato fu ottenuto alla Manifattura Vetraria, una vetreria di circa 250 operai, al cui interno operavano sei militanti della cellula comunista e una quindicina di iscritti alla CdL, tutti guidati proprio da Orazio Marchi, Asmarat Cecconi, Pietro Pacini e Rineo Cirri. Alla Manifattura vetraria vi era uno dei comitati sindacali più forti di Empoli, diviso in tre gruppi organizzativi, uno inerente all’attività politica del Partito comunista, un responsabile sindacale e un responsabile del soccorso rosso.

Tale sciopero rappresentò il più grande successo sindacale ottenuto dal movimento operaio empolese, la cui notizia ebbe un’eco internazionale giungendo in Francia, Belgio e Svizzera, attraverso le colonne dei giornali antifascisti, come “Vie Proletarienne”, “Riscatto” e “Falce e martello”.

Lo smacco ottenuto dal regime fu notevole e venne smentito pubblicamente il presunto consenso popolare con cui Mussolini aveva varato le nuove disposizioni economiche. Tutto ciò generò imbarazzo e rabbia tra i vertici del PNF nazionale, che fecero pagare a caro prezzo le inadempienze compiute ai loro sottoposti empolesi.

La repressione verso gli scioperanti fu inevitabile: vennero organizzate accurate indagini per conoscere i membri del comitato sindacale che aveva organizzato l’agitazione alla Manifattura Vetraria, e, sulla base degli elenchi forniti dal padrone della Vetreria Arturo Taddei, furono eseguiti arresti di massa, ai quali si susseguirono i relativi interrogatori.

I nomi di Marchi, Cecconi, Pacini, e Cirri vennero svelati, causandone il licenziamento automatico. Per Cecconi, Pacini e Cirri la prigione fu inevitabile, mentre Orazio Marchi riuscì miracolosamente a fuggire all’estero. Con queste misure repressive si pose la parola fine al comitato direttivo sindacale della zona empolese.

Dopo lo “sciopero per il salario” nelle fabbriche empolesi fu instaurato un regime di terrore, con l’assunzione nei luoghi di lavoro, tra le fila operaie, di poliziotti e militi fascisti in incognito alla continua ricerca di nuove cospirazioni.

Nonostante il brutto colpo ricevuto l’attività sindacale empolese non si diede per vinta.

La strategia doveva però essere cambiata, allorché si decise di attuare un nuovo metodo di organizzazione sindacale, precedentemente architettato dal Partito comunista durante il Convegno di Lione, cioè l’entrata in incognito nei sindacati fascisti.

Questa disposizione venne a lungo discussa e molti non ne compresero inizialmente la motivazione, però essa rappresentava l’unico modo per sfruttarne il potenziale contrattuale dei sindacati fascisti per fare propaganda fra gli operaie e per svolgere azione di boicottaggio. Data la condizione di ristrettezza in cui dovevano operare i comunisti negli ambienti lavorativi, questa scelta era necessaria quanto forzata ma non tarderà ad ottenere i suoi frutti.

Da sempre il Partito comunista riteneva importante che ogni operaio fosse a conoscenza dei propri diritti stabiliti dai contratti di lavoro.

Questo obiettivo fu perseguito attraverso l’anomala formula dell’“entrismo nel sindacato fascista”: gli infiltrati comunisti si impegnarono a porre forti pressioni affinché il sindacato fascista empolese organizzasse corsi di cultura sindacale che spiegassero agli operai i principi della Carta del lavoro e le relative norme riguardanti le condizioni di lavoro e le relazioni aziendali.

In seguito a questa sindacalizzazione fu possibile aprire alcune vertenze sindacali in alcune fabbriche dove i padroni non rispettavano la legislazione vigente riguardante soprattutto il lavoro a cottimo.

Tra il ’34 e il ’35 due militanti comunisti empolesi, Puccioni e Borghini, riuscirono ad entrare nel direttivo di zona del sindacato fascista influenzandone l’operato al punto da incidere significativamente sulla redazione della bozza contrattuale riguardante il settore vetrario che introduceva numerosi miglioramenti. Tale bozza fu diffusa tra gli operai al punto da far sì che il segretario del sindacato fascista fosse costretto ad avanzare tali proposte al direttivo nazionale.

Se il fascismo non era riuscito a domare il centro urbano empolese e i suoi siti produttivi, esso riscontrò nel corso del ventennio un maggiore predominio sul fronte delle campagne dove lavoravano i mezzadri. Con il decreto governativo del 1923, che abolì il Patto di mezzadria, si si arginò la progressiva politicizzazione e sindacalizzazione che si stava diffondendo tra i contadini.

Il regime poteva fare affidamento sui “fattori”, amministratori dei terreni agricoli, che nella stragrande maggioranza dei casi erano fedeli sostenitori del fascismo, i quali imponevano sugli indifesi contadini le loro decisioni arbitrarie, allontanando tempestivamente i maggiori agitatori politici e sindacali, dal lavoro delle terre o addirittura facendoli arrestare.

Nella zona di S.Miniato si tentò di instaurare il sindacato fascista agricolo senza ottenere successo perché mancò l’adesione dei mezzadri. Le condizioni di piena povertà in cui erano costretti a vivere i contadini, non permisero mai ai fascisti di ottenere la piena legittimazione.

Tra il 1925 e il 1926 furono costituiti dei Comitati di operai e contadini, grazie agli operai, di origine contadina, che si erano spostati nel centro urbano per lavorare nelle fabbriche.

Anche se le campagne non riuscirono ad incidere significativamente nella lotta al fascismo, esse donarono al movimento operaio importanti dirigenti comunisti quali Rigoletto Martini e Pietro Ristori, i quali diedero il loro importante contributo alla causa dell’antifascismo empolese.