La partenza dei giovani del Corpo Volontari della Libertà

Sebbene la città fosse stata liberata, i conti tra i cittadini empolesi ed il nazifascismo non erano ancora chiusi. Infatti il CLN nazionale chiese alle formazioni partigiane, che avevano appena liberato il centro Italia, di non esaurire la loro esperienza militare e di unirsi all’esercito italiano per contribuire alla liberazione del Nord.

La questione venne discussa dal CLN di Empoli durante una riunione, tenutasi il 16 gennaio 1945, durante la quale fu deciso di promuovere l’arruolamento dei volontari che sarebbero partiti a compimento della guerra di liberazione della Patria. Per questo il 27 gennaio la giunta provvisoria decise di interrompere il pagamento dell’integrazione agli operai del comune, devolvendo tale somma ai familiari dei partenti volontari. Durante questa seduta vennero avviate sottoscrizioni permanenti e si intimò i gestori dei cinematografi di aumentare i prezzi dei biglietti, applicandovi sopra un’imposta pro volontari.

Nel corso del febbraio ’45 si assistette nell’Empolese-Valdelsa all’arruolamento di circa 530 antifascisti, divisi tra ex partigiani, uomini di avanzata età, giovani e giovanissimi. Alcuni di loro, come Gianfranco Carboncini e Abdon Mori, si arruolarono appena sedicenni, dovendo falsificare i documenti d’identità per poter partire al fronte.

La mattina del 13 febbraio ’45, centinaia di empolesi si radunarono nella odierna Piazza del Popolo per salutare i concittadini che si diressero nel centro di istruzione militare di Cesano, nei pressi di Roma, per un breve corso di formazione militare. Successivamente essi andranno ad aggiungersi ai gruppi di combattimento Cremona, Legnano, Friuli, Folgore, Mantova e Piceno, nei combattimenti in Alta Italia contro i nazisti.

Continuando a parlare del contributo che alcuni cittadini empolesi diedero alla causa antifascista nazionale oltre i confini della propria città, in conclusione non possiamo non menzionare l’operato fornito dai dirigenti comunisti Mario Fabiani e Remo Scappini, chiamati dal CLN nazionale a ricoprire incarichi di spicco, i quali si impegnarono in prima persona per la liberazione, rispettivamente, delle città di Firenze e Genova.

Mario Fabiani coordinò, insieme a Alfredo Mazzoni e a Leo Negro, lo sciopero generale tenuto a Firenze, guidando in seguito le formazioni garibaldine nella liberazione della città. Il 16 settembre del 1944 egli fu nominato dal Comitato Toscano di liberazione Nazionale vicesindaco e poi venne eletto sindaco dalle prime elezioni democratiche effettuate dopo la Liberazione, insediandosi con una giunta formata da comunisti, socialisti, azionisti e repubblicani, e guadagnandosi la stima di molti fiorentini. Come ebbe modo di scrivere su di lui il giornalista e intellettuale Nistri, politicamente non un uomo di sinistra, egli

“…per molti aspetti fu il primo rappresentante di una lunga serie di amministratori locali comunisti capaci di associare interessi culturali e rigore ideologico ad una pragmatica capacità di affrontare i problemi nella loro concretezza, guadagnandosi la stima anche degli avversari.”

Remo Scappini invece durante la Resistenza venne nominato Presidente del Comitato di Liberazione ligure, guidando l’operato dei partigiani nella liberazione di Genova e controfirmando il documento che sanciva la resa incondizionata delle truppe naziste del Generale Meinhold.

Scappini in tutta la sua esperienza politica fu sostenuto dalla sua compagna di sempre, l’antifascista comunista Rina Chiarini, nome di battaglia Clara, con cui aveva condiviso gli anni della militanza clandestina ad Empoli. La compagna Clara, una semplice militante di base, merita comunque di essere menzionata per la semplicità, la naturalezza, il coraggio e la fermezza con cui si impegnò nella militanza antifascista.

Dopo aver seguito il suo compagno a Genova, supportandolo come sempre nell’attività sovversiva, Rina venne arrestata dall’OVRA la mattina del 6 luglio 1944. Venne portata nella Casa dello studente, luogo dove per quasi due mesi ricevette le più macabre e truci torture praticatele dalle SS del maggiore tedesco Engel e dai fascisti capitanati dal Commissario Veneziani, dimostrando una fedeltà alla causa tale da non farle rivelare mai nessun particolare sull’organizzazione clandestina del Pcd’I. A seguito di tutte le violenze e le sevizie perse il figlio che portava in grembo.

Vista l’integrità con cui si rifiutò sempre di collaborare, Rina Chiarini venne condannata a 24 anni di carcere e deportata il 15 marzo verso il lager di Bolzano, dal quale riuscì miracolosamente a scappare il 25 marzo del 1945.

Per la tenacia con cui servì la causa antifascista e con per il coraggio con cui non tradì i propri compagni, Rina Chiarini venne insita della medaglia d’argento al valore militare, con decreto del 26 febbraio 1948 a firma del Presidente del Consiglio dei Ministri De Gasperi. Nel 1965 Luigi Longo la decorerà inoltre con la Stella d’oro al valore del Comando delle Brigate Garibaldi, secondo le seguenti motivazioni:

Figlia della generosa classe operaia toscana, proveniente da una famiglia di combattenti antifascisti. Clara non si piega né alle torture, né alle minacce di morte, né alla separazione dal suo compagno. Arrestata nel 1944 a Genova dove svolge lavoro di collegamento fra le organizzazioni del Partito e della Resistenza, benché in attesa niente può farla parlare, né spezzare la sua tempra di comunista, di donna del popolo che esprime nella lotta contro l’oppressore fascista e la fedeltà agli affetti personali più sacri e l’adesione cosciente agli ideali comunisti.”

Come abbiamo però potuto vedere, le gesta di Fabiani, Scappini e Chiarini non rappresentarono dei singoli casi isolati di eroismo da celebrare e a cui rendere omaggio e riconoscimento. Le loro gesta sono semplicemente i frutti naturali della cultura di sinistra e antifascista che si venne a radicare ad Empoli in quei decenni. Un radicamento così profondo che è andato ad incidere nettamente nel “DNA” di più generazioni empolesi, contribuendo a diffondere e a rendere condivisi valori come l’impegno e la responsabilità individuale, la morale, l’etica e il senso di giustizia. Il contributo alla liberazione e alla democrazia non fu il frutto di una battaglia elitaria, bensì di un operato popolare, in quanto gran parte degli empolesi dimostrò con i fatti di ripudiare le idee e il “menefreghismo” fascista, e si impegnò in prima persona per la collettività e per i propri valori di riferimento. In tempi come questi, nei quali l’indifferenza e l’egoismo dilagano ovunque, l’esempio empolese di quegli anni, dovrebbe essere maggiormente conosciuto e tramandato alle nuove generazioni.