La messa al bando dei partiti

Le persecuzioni e gli arresti susseguiti ai fatti del 1° marzo 1921 avevano chiaramente destabilizzato la struttura dei partiti che si erano schierati per arginare l’avanzata del fascismo.

Le condanne del processo conclusosi il 31 ottobre 1924 si abbatterono su gran parte della dirigenza del Partito socialista e del Partito comunista. Alle organizzazioni del movimento operaio vennero di colpo a mancare le menti migliori, come il giovane e promettente dirigente socialista Jaurès Busoni, il segretario comunista Abdon Maltagliati o il popolare anarchico Vasco Ramagli, capisaldi dell’organizzazione politica dell’empolese. Su di essi in seguito, dopo aver scontato le proprie pene con la giustizia, vigeranno continue sorveglianze e persecuzioni, una sorta di bando politico fascista che gli costringerà alla sottomissione pena la morte o l’esilio. Tra i tanti, l’ex assessore socialista Raffaello Busoni, dopo aver subito le violenze e il carcere, quando seppe che ad Empoli erano stati affissi manifesti contro gli antifascisti che recitavano “ o via da Empoli o a Empoli nell’eternità” si vide costretto all’espatrio per salvaguardare la propria famiglia.

Con l’amnistia del 1925 venne scarcerato un altro gruppo di condannati per i tumulti del 1° marzo ed anche ad essi fu subito notificato il bando di allontanarsi dalla città. Vasco Busoni non ebbe neanche il tempo di salutare i propri cari, perché diffidato, mentre Vasco Ramagli, che non riuscì ad espatriare immediatamente, quando fu scoperto ancora in città fu aggredito pubblicamente, ridotto in fin di vita sotto i colpi di revolverate e bastonate. L’episodio fu preso come pretesto per dare luogo ad una nuova ondata di spedizioni punitive che diedero assalto a cinque bar del centro di Empoli per poi estendersi nelle frazioni periferiche di Santa Maria, Avane, Cortenuova, Monterappoli, Fontanella e Ponte a Elsa.

Nel corso del 1926 Mussolini inflisse gli ultimi colpi mortali ai pochi stralci di vita democratica che sopravvivevano all’interno del paese. Il 14 gennaio furono varati duemila decreti legge, tra cui si ricorda la legge 24 che investiva il capo di governo di poteri illimitati svuotando quindi il parlamento di ogni sua funzione di controllo e discussione.

Nell’ottobre dello stesso anno il governo fascista attuò una serie di riforme che andarono a sconvolgere gran parte dell’apparato legislativo, dando di fatto inizio alla costruzione del nuovo Stato dittatoriale. Attraverso queste leggi, conosciute come “eccezionali” oppure come “fascistissime”, venne bandita ogni forma di organizzazione politica e sindacale che non fosse riconducibile al Partito nazionale fascista e inoltre venne cancellata la libertà di pensiero e di espressione ponendo la stampa sotto lo stretto controllo del regime.

Con la legge 2008 del 25 novembre, chiamata “ Legge per la difesa dello Stato” ma meglio nota come “Legge Rocco”, si riproponeva la pena di morte per coloro che avessero attentato alla vita della famiglia reale oppure a quella del capo del governo. Per applicare tutti questi nuovi provvedimenti fu istituito il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, collegato al Ministero per la Guerra, che si sarebbe occupato di processare gli antifascisti che si opponevano al regime. Il Tribunale, presieduto da un generale e composto da 5 consoli della milizia fascista, poteva decretare sentenze di morte e incarcerazioni senza la possibilità che i condannati potessero ricorrere in appello.

Venne istituzionalizzata un’ulteriore misura repressiva, quella del confino, “che pende su chiunque si abbandoni anche soltanto ad una barzelletta contro il fascismo, ad imprecazioni nei confronti di Mussolini”.

La tutela dell’ordine nazionale fu garantita in seguito dall’istituzione della polizia politica segreta chiamata OVRA (Opera di Vigilanza e Repressione dell’Antifascismo) che a partire dal 1927 avrebbe perseguito gli “elementi pericolosi per la pubblica sicurezza” sia sul territorio nazionale che all’estero.

Gli apparati dirigenti, i militanti di base e gli intellettuali antifascisti si trovarono di colpo a dover agire in totale difficoltà, l’azione repressiva aveva alzato il tiro e la via della militanza politica risultava difficoltosa e pericolosa.

I primi antifascisti empolesi ad essere colpiti dal Tribunale Speciale furono i dirigenti socialisti Paolo Caciagli e Jaurès Busoni che nel corso di quegli anni avevano più volte già avuto a che fare con la giustizia per via del loro credo politico. Con loro, molti altri socialisti della zona si videro impossibilitati nel portare avanti ogni tipo di attività politica, sia a seguito delle ritorsioni fasciste, sia anche a causa dell’interruzione delle comunicazioni con i vertici nazionali del partito, dai quali non si ricevevano più da tempo direttive.

Come previsto dalla censura, anche “l’Avanti” venne soppresso, perciò i militanti e i simpatizzanti del PSI si trovarono inevitabilmente senza ogni punto di riferimento.

Con i socialisti, pure i repubblicani vennero tolti dalla circolazione, mentre gli anarchici, anch’essi duramente colpiti, continuarono con i metodi individualisti e non organizzativi.

Per quanto riguarda i popolari, anch’essi furono banditi dalla vita politica del paese ma pochi di essi accettarono le nuove disposizioni imposte dal regime. Sebbene il proposto di Empoli fosse un acceso sostenitore del fascismo, i parroci residenti nelle frazioni, senza essere accaniti attivisti antifascisti, non condivisero né l’ideologia totalitaria e né tanto meno i metodi squadristi delle camicie nere.

Il circolo della Misericordia di Empoli fu gestito nel corso di quegli anni da due frati che permettevano ai frequentatori di criticare pubblicamente il regime e di leggere libri contrari al regime. L’obbligo di iscriversi alle organizzazioni giovanili del fascio vigeva per gli alunni delle scuole statali ma non per quelli delle scuole gestite dalle suore della zona, motivo per cui molti antifascisti empolesi vi iscrissero i propri figli.

D’innanzi alla dura repressione che il fronte antifascista stava subendo, organizzazioni come il Partito socialista scelsero la strada dell’emigrazione portando l’attività politica fuori dai confini del paese.

Il Partito comunista D’Italia preferì invece concentrare i propri sforzi rimanendo al fianco di tutti i lavoratori italiani oppressi dentro i confini nazionali, iniziando ad operare definitivamente in un regime di clandestinità. Le motivazioni che spiegavano questa scelta, eroica quanto pericolosa, vennero esposte da Palmiro Togliatti in un articolo del giornale “Stato Operaio” nel gennaio-febbraio 1928. La nuova guida comunista così scriveva:

Noi restiamo in Italia; noi lavoriamo in Italia. Ma perché noi lavoriamo? Perché noi affrontiamo sacrifici senza nome? E’ forse per una semplice manifestazione di fedeltà all’idea? O per una morbosa tendenza verso l’estetica del sacrificio? (…). Il fascismo cerca di polverizzare, di “atomizzare” le classi lavoratrici. Ciò vuol dire che il fascismo conduce una politica di disorganizzazione delle masse (…). Ed ecco che il problema della organizzazione delle masse diviene uno dei problemi capitali della ripresa della lotta delle masse contro il fascismo (…). Noi restiamo in Italia, noi lavoriamo in Italia perché siamo il partito della classe operaia, e la classe operaia non è in Francia, in Cina o nell’Australia, ma è in Italia”.