Giovani e donne nella militanza contro il fascismo

Per i figli dei lavoratori crescere all’interno della società fascista non rappresentava esattamente il miglior contesto nel quale poter sviluppare liberamente le proprie abilità e le proprie ambizioni. La propaganda populista del regime poneva l’attenzione sull’importanza delle nuove generazioni per la crescita dell’Italia fascista e per la nascita dell’Uomo nuovo ma di fatto tutto ciò rappresentò solo una futile demagogia.

La scuola finiva presto per molti, pochissimi potevano conseguire un diploma d’indirizzo tecnico o agrario, l’università era accessibile solo ai figli delle classi privilegiate. Per tutti coloro che non frequentavano le scuole confessionali vi era l’obbligo d’iscrizione fin dalle elementari, all’Opera nazionale balilla. Ciò significava dover partecipare a tutte le organizzazioni giovanili fasciste, dai balilla passando per gli avanguardisti e giungendo ai giovani fascisti, fino a che a 17 anni si dovevano sostenere i corsi premilitari che anticipavano la leva obbligatoria.

Per i giovani il lavoro non portava mai un pieno sostentamento, alternato tra periodi di disoccupazione e di lunghi apprendistati mentre il tempo libero veniva sempre gestito e manipolato dal regime. Le continue adunate, le manifestazioni in camicia nera da seguire obbligatoriamente il sabato o la domenica, il confronto con i figli dei ricchi, esenti invece da tutti questi obblighi, furono tutti fattori che incisero le coscienze politiche delle nuove generazioni alimentando il diffuso antifascismo già presente nelle famiglie proletarie empolesi.

Tutto ciò permise ai giovani di Empoli di crescere con un senso di opposizione verso il fascismo, un rifiuto che li spingerà presto ad impegnarsi politicamente.

In un’intervista rilasciata ad Arnaldo Nesti nel 1971 Mario Fabiani spiegò in maniera chiara ed eloquente l’oppressione che molti giovani empolesi, come lui, provavano all’epoca e la motivazione per cui molti di loro presero la strada della militanza antifascista clandestina:

La famiglia viveva una situazione economica molto difficile e quindi dovetti terminare gli studi ed impegnarmi nel lavoro di mio padre. L’ambiente nel quale vivevamo era più o meno di tradizione socialiste, ma mio padre non era iscritto a nessun partito. Nella mia famiglia non c’erano state mai adesioni a partiti, né nonni, né zii, né genitori. E così siamo arrivati ai giorni del fascismo, io ero un ragazzo di sedici anni e non mi occupavo di politica, non avevo nessuna idea per quanto seguissi un po’ i fatti di allora, io ero a Empoli e le violenze mi impressionavano. Ero rimasto molto colpito da quegli scontri che passarono come “i fatti di Empoli” dove morirono nove persone e centinaia furono i processi. Dopo questi avvenimenti a Empoli il movimento socialista fu completamente stroncato e la reazione fascista fu terribile. (…) Poi il fascismo mi ha risvegliato, mi ha suscitato un interesse politico: io non volevo interessarmi di politica e il fascismo voleva iscrivermi ai Fasci giovanili. Mi chiamavano tutte le domeniche e mi chiedevano di indossare la camicia nera per fare il premilitare. In questa situazione, chiunque avessi trovato che mi avesse aiutato a liberarmi dal fascismo, sarei andato con lui. (…) Quindi è stato il fascismo che mi ha politicizzato: forse se il fascismo non ci fosse stato io sarei diventato tutto tranne un politico.”

Il Partito comunista raccolse questo desiderio di riscatto avviando un’importante campagna di reclutamento giovanile che fece confluire l’avversione verso il fascismo in un’ unica direzione organizzativa volta all’abbattimento del regime e alla realizzazione della pace tra i popoli.

Alla fine del ’22 la federazione fiorentina, appurata la piena ricostruzione del partito ad Empoli, ordinò che venisse ricostituita anche la giovanile, la FGCI. L’idea era di simulare la struttura degli adulti, formando gruppi di 5-6 persone, aventi ognuno un capogruppo, che poi fossero coordinati da un comitato avente anch’esso un responsabile. La giovanile iniziò quindi la sua attività sotto la guida di Dino Setti, Euco Masini, Renato Cantini e Remo Scappini, ottenendo una cinquantina di iscritti già a partire dalla metà di maggio del ’23. Tra questi la maggior parte erano operai ma si contavano anche alcuni artigiani, contadini, studenti e anche l’adesione di qualche ragazza. La FGCI crebbe visibilmente e dal ’24, sotto la direzione di Scappini, vide aumentare i propri militanti che per questioni numeriche e di attivismo potevano tenere testa al partito degli adulti. Nel 1926, su circa 600 iscritti, 200 appartenevano alla federazione giovanile.

Iniziarono a farsi notare, per il loro impegno e per il loro attaccamento al partito, giovani compagni quali Rigoletto Martini, Pietro Lari, Virgilio Corti, Dino Maestrelli, Vasco Pagni, e poco successivamente Catone Maestrelli, Mario Fabiani, Giuseppe Chiarugi e Mario Assirelli. La maggior parte di loro non raggiungeva neanche i venti anni ma proprio sulla base del loro entusiasmo e della loro voglia di cambiare il mondo il partito fondò le basi organizzative durante gli anni della clandestinità.

Anche se venivano spesso accusati di troppa sicurezza ed eccessivo avventurismo le posizioni dei giovani furono sempre tenute in considerazione dagli adulti del partito, tanto da farsi assegnare, di diritto, un posto nel comitato di zona.

Nel corso degli anni, il ruolo dei giovani comunisti diventò ancora più determinante per le sorti del partito in quanto il regime fascista continuò con perseveranza ad arrestare i principali dirigenti comunisti che operavano nella zona. Per impedire che l’organizzazione cessasse l’attività entrava in azione la “riserva” costituita sempre da elementi di giovane età non conosciuti dai fascisti che riprendevano in mano la gestione del partito e l’attività clandestina. Assistiamo quindi ad un progressivo ringiovanimento delle file dirigenziali comuniste nel corso degli anni, un rinnovo imposto dalle necessità del momento che porterà molti giovani militanti della FGCI a dirigere direttamente il Partito nel suo complesso, ove la linea divisoria tra giovani e adulti non era più ben delineata.

La storia politica di Mario Fabiani ci fornisce un chiaro esempio di come che la gioventù fosse stata importante per tutto il movimento antifascista clandestino nell’empolese.

Fabiani, iscritto alla FGCI a quindici anni, a sedici/ diciassette già svolgeva varie attività sovversive con la polizia dell’OVRA alle calcagna. A diciannove anni verrà chiamato a dirigere tutto il Partito comunista empolese nel suo insieme, dopo che una retata della polizia portò in carcere tutta la dirigenza adulta, mentre a vent’anni, grazie alle sue capacità, andrà addirittura a ricoprire incarichi nazionali.

I giovani si contraddistinsero così in tutte le attività sovversive punibili duramente dal Tribunale Speciale fascista. La segretezza in cui i giovani erano costretti agire ponevano l’imperativo di organizzare precisamente ogni azione di propaganda, evitando a tutti i costi di cadere nelle mani della giustizia fascista.

La propaganda avveniva attraverso mezzi consoni, come la distribuzione di volantini, giornali, l’affissione di manifesti o attraverso scritte fatte sui muri.

Ad Empoli, durante il ventennio, fu escogitato un metodo particolare per poter affiggere i manifesti o per scrivere slogan politici sui muri. I militanti comunisti si facevano amici i fascisti del posto arrivando a passeggiare con loro nel consueto “giro di Empoli”. Mentre questi erano intenti a distrarre le camicie nere in questione, altri si adoperavano, poco distanti, a tappezzare i muri con scritte e manifesti. Queste operazioni venivano fatte a rotazione, in modo da non far cadere i sospetti su questi “amici del fascismo”.

Un altro modo per distribuire agilmente i volantini fu ideato attraverso la costituzione di alcune società ciclistiche che approfittavano delle innocue scampagnate in bicicletta per lanciare materiale di propaganda nelle strade dei paesi attraversati.

Proprio nell’ambito sportivo, fu paventata l’idea di istituire una sede semi-legale del partito attraverso l’iscrizione in massa alla Unione sportiva locale e facendosi eleggere nella direzione allo scopo di usare la sede per scopi politici e sindacali. Il piano non fu portato a termine a causa di due dirigenti dell’Unione che si accorsero delle reali intenzioni dei nuovi associati e minacciarono i comunisti iscritti di denunciarli alle autorità fasciste.

Oltre ai volantini, i comunisti empolesi davano una grande importanza alla distribuzione la raccolta fondi per giornali di partito come “L’Ordine nuovo”, “il Comunista”, “Il lavoratore di Trieste” e “l’Unità”.

Gran parte del materiale cartaceo proveniva da Livorno e veniva importato in Italia dal Centro tramite le navi provenienti dalla Corsica. Una volta giunto a Empoli fu possibile in certi periodi riprodurre il materiale di propaganda grazie ad alcune tipografie clandestine, organizzate prima sotto la direzione di Scappini e in seguito di Fabiani, che vennero in seguito scoperte dalla polizia politica fascista.

I viaggi a Livorno avevano una certa pericolosità e non mancarono i rischi che i corrieri dovettero affrontare. Il 7 agosto del 1930 Renato Baronti e Bruno Cei si erano recati a Livorno in bicicletta per ritirare il materiale propagandistico quando, sulla via del ritorno, si accorsero di essere pedinati. Prontamente i due comunisti si inoltrarono per le campagne nel tentativo di “seminare” i presunti inseguitori e di disfarsi strada facendo del materiale incriminabile. Giunti a Pontedera si accorsero di non essere più seguiti perciò poterono tornare ad Empoli salvando metà dei volantini da consegnare al partito.

L’attività propagandistica aveva anche delle ricorrenze fisse durante le quali venivano organizzate vere e proprie provocazioni al regime di Mussolini.

Durante le date importanti per il movimento operaio, quali la festa del lavoro del 1° Maggio, la festa della donna del 8 Marzo e l’anniversario della Rivoluzione bolscevica del 7 Novembre, si assisteva alla costante distribuzione di manifestini comunisti e al massiccio imbrattamento dei muri, con scritte inneggianti a Lenin, Stalin, Gramsci e invettive offensive nei confronti della dittatura fascista. In queste occasioni venivano issate da ignoti svariate bandiere rosse che sventolavano sulle ciminiere di molte fabbriche, mentre si assisteva a diverse misteriose fermate di produzione a seguito di improvvisi guasti alle macchine e alle cinghie di trasmissione, provocati intenzionalmente dagli operai politicizzati.

Vista la ricorrenza con cui avvenivano questi atti illeciti, i fascisti pensarono, prima di queste date o nel caso di eventi eccezionali, di emanare degli arresti preventivi nei confronti degli individui pericolosi.

E così avvenne per il 1° maggio del 1930, evento che aveva ancor più risonanza data la visita in programma di Mussolini a Firenze dove doveva partecipare ad un’adunata. Nonostante le misure preventive volte ad evitare eventuali figuracce davanti al Duce, il fascio locale non fu in grado di fermare i giovani comunisti di Empoli.

Guidati da Mario Fabiani, durante la notte tra il 30 e il 1° maggio, la città e le frazioni furono tappezzate da migliaia di manifesti mentre le solite bandiere rosse garrirono al vento sulla maggior parte delle ciminiere empolesi. La propaganda fu estesa anche tra le fila fascisti, con i volantini che furono distribuiti pure sui carri adibiti al trasporto dei balilla, degli avanguardisti e dei giovani fascisti verso Firenze. In essi veniva loro spiegato il reale valore della festa del lavoro, invitandoli alla ribellione contro un regime che non tutelava il loro vero interesse. L’eco di questa dimostrazione si sparse per tutta la Toscana giungendo pure alle orecchie di Mussolini, il quale non apprezzò tale inadempienza e per questo fece punire diversi dirigenti locali.

L’anno successivo, arrivati nei pressi del primo maggio si decise di inscenare un’altra provocazione cambiando però tattica in modo da cogliere di sorpresa i fascisti.

Il 29 Aprile del 1931 fu deciso di inondare la strada che va da Empoli a Siena con migliaia di volantini antifascisti affidandosi però ad un metodo che dovesse trarre in inganno sia i fascisti che la polizia. La distribuzione fu affidata a due identiche automobili rosse che si misero in viaggio nello stesso momento ma seguendo due itinerari diversi, la prima partendo da Empoli verso Colle Val d’Elsa passando per Poggibonsi, la seconda invece partì da Poggibonsi con direzione Siena. Questa tattica confuse le autorità e i fascisti, i quali pensavano all’esistenza di un’unica auto rossa, che però veniva avvistata contemporaneamente in due luoghi diversi, senza che si riuscisse a capire di preciso che posizione e che direzione avesse.

Possiamo quindi denotare il coraggio e la forte determinazione idealista che la “meglio gioventù” empolese mise sempre in ogni azione antifascista clandestina. I rischi furono sempre svariati e molto gravi, i vantaggi apparentemente inesistenti, decine di giovani non più che ventenni misero in gioco la propria vita per conquistarsi un avvenire migliore fatto di pace, opportunità ed eguaglianza.

In tutto questo c’è però da sottolineare l’ingenuità e la diffusa incoscienza che animarono spesso questi atti con i quali molti credevano di contribuire a far scoppiare una rivoluzione a carattere nazionale partendo proprio da Empoli. Il potenziale che la macchina repressiva del regime aveva a disposizione veniva spesso sottovalutato e proprio per questo molti cadranno vittime nelle carceri del regime.

In alcune occasioni si pensò di poter tentare l’attacco fisico al regime di Mussolini con la creazione di vere e proprie squadre armate che andassero a combattere contro le camicie nere. Tra la fine del ’23 e l’inizio del ’24 i giovani comunisti, affascinati dalle storie sugli arditi del popolo che gli venivano raccontate dai compagni più anziani, organizzarono delle vere e proprie squadre di difesa che avevano il compito di minacciare e intimorire le squadracce del luogo.

Con l’edificazione del regime e con la promulgazione delle leggi “fascistissime”, l’idea di stabilire un’organizzazione armata non venne però a meno. La dialettica comunista dell’epoca esortava il popolo alla rivoluzione contro il fascismo e i giovani comunisti empolesi la presero sempre sul serio studiando l’idea di organizzare vere e proprie truppe militari pronte ad agire al momento opportuno.

Il premilitare fascista veniva quindi considerato, ad Empoli, come fucina di addestramento e anche come luogo dove svolgere propaganda politica. Molti compagni inoltre si armarono in proprio acquistando alcune rivoltelle da utilizzare nel momento propizio.

Fu anche paventata l’idea di organizzare una dimostrazione armata contro il regime, una manifestazione che avrebbe potuto sfociare in una vera e propria rivolta popolare per abbattere Mussolini e il fascismo. Per convincersi della possibile riuscita dell’impresa alcuni giovani comunisti si impossessarono per diverse ore di alcuni moschetti prelevandoli dall’armeria della legione della milizia. A questo punto ci fu l’intervento dei compagni più anziani del partito che misero fine alle fantasie insurrezionaliste dei più giovani la cui baldanza avrebbe potuto mettere seriamente in pericolo tutto il movimento clandestino.

Nel corso di questi anni, nei quali gran parte della popolazione empolese si impegnò nella cospirazione contro il regime, è necessario e doveroso fare una precisazione: l’attività clandestina del Partito Comunista non fu portata avanti unicamente dagli uomini ma, in essa, ebbero un grande ed importante rilievo l’impegno di molte donne empolesi. Sebbene le circostanze dell’epoca imponessero alle donne una minore politicizzazione, l’avversione nei confronti del regime era diffusa tra esse non meno che tra gli uomini.

Già durante le manifestazioni del movimento operaio, tenutesi tra i primi due decenni del 1900, possiamo riconoscere la presenza di molte donne in vere e proprie formazione d’avanguardia a fronteggiare gli schieramenti di carabinieri e Pubblica Sicurezza.

Dopo i fatti del 1° marzo 1921, in molte famiglie mancò per anni il contributo e il supporto di molti padri, dei mariti, dei fratelli che erano rinchiusi nelle carceri fasciste, o costretti all’esilio o al confino, colpevoli di aver avuto un’idea politica diversa da quella imposta dal fascismo all’epoca. Esse non riuscirono rimanere impassibili e la maturazione della loro coscienza politica venne spontanea.

Grande fu il contributo femminile dato nelle raccolte fondi pro carcerati del Soccorso Rosso di Empoli. Uno dei comitati maggiormente attivi, quello della frazione di Santa Maria, vedeva l’impiego di diverse donne quali Rina Chiarini, Fernanda Gini, Fortunata Bagnoli, Valentina Londi, Beppa ed Elena Gini, Maria Scardigli, Linorre Benassai. La consegna degli aiuti agli antifascisti, detenuti nel carcere le Murate, venne effettuata dalle, così dette, “procaccine”, donne come Dina Miracelli, Pia Zingoni, Amelia Seghini che facevano il percorso verso Firenze in treno, rimborsate solo delle spese di viaggio.

Durante i viaggi in incognito svolti negli anni della clandestinità, alcune compagne iscritte o simpatizzanti del partito si impegnarono per accompagnare i dirigenti comunisti empolesi, offrendosi di trasportare importanti scritti e stampe, nascosti sotto le vesti o nelle valigette a doppio fondo.

La voce del partito riuscì ad arrivare in tutte le frazioni e anche nelle località più lontane del circondario, come Cerbaiola, Marcignana, Farfalla e Pozzale, grazie proprie alla rete femminile di amicizie e conoscenze che univa le empolesi di città con le donne delle famiglie mezzadrili facendo sì che l’antifascismo ad Empoli non avesse quindi distinzioni di genere.